interviews

Michele Capasso

Destino Mediterraneo

Dopo una settimana, la situazione politica in Egitto è sempre più tesa. La rivoluzione tunisina ha senza dubbio creato un precedente nel mondo musulmano dei regimi laici autoritari. Il caso del Presidente tunisino Ben Ali, arrivato al potere dopo una rivoluzione di palazzo nel 1987 e che è fuggito come un ladro in Arabia Saudita dopo 23 anni può legittimamente dare speranza ad altri popoli. Il Cairo, Alessandria e Suez sono le città più toccate dalle sommosse e dalla repressione violenta.

Indipendentemente dalla crisi tunisina, il 2011 doveva essere in Egitto un anno molto delicato per il potere. Dopo le contestatissime elezioni legislative, il Presidente Hosni Mubarak, 82 anni, indebolito dalla malattia e probabilmente in fin di vita, doveva festeggiare il 14 ottobre prossimo i trenta anni di potere assoluto. Le elezioni presidenziali dovrebbero tenersi a settembre e tutto lascia pensare che Mubarak non abbia intenzione di ricandidarsi, ma secondo molte congetture, regolarmente smentite, suo figlio Gamal sembrerebbe indicato alla successione, ciò che creerebbe uno scenario « siriano » poco soddisfacente dal punto di vista democratico. Nonostante ciò Gamal Mubarak sarebbe già fuggito dal Paese per recarsi a Londra.

Per quanto le crisi in Tunisia ed Egitto possano sembrare simili, la situazione dei due Paesi è molto differente.

Da un lato, l’Egitto ha sempre lasciato un po’ di spazio alla libertà di espressione e di stampa, con giornali di opposizione, ciò che ha permesso di attenuare certi rancori. Tuttavia le violenze contro i giornalisti e il divieto ad Al Jazeera non fanno che avvelenare la situazione.

L’aumento dei prezzi dei prodotti di base definiti dal governo sono stati fermati molto rapidamente per evitare una esplosione popolare.

D’altra parte, al contrario della Tunisia che è un paese piccolo, l’Egitto con i suoi 84 milioni di abitanti, è un paese di un’importanza geostrategica cruciale in un Medio Oriente molto instabile. La sua vicinanza ad Israele ne fa un paese chiave per qualsiasi soluzione del conflitto israelo-palestinese, come già riconosciuto dagli accordi di Camp David del 1978.

Altre differenze fanno sì che la situazione egiziana differisce molto da quella tunisina.

L’esercito egiziano è ancora fedele a Mubarak, così come la polizia, mentre l’esercito tunisino aveva sin dall’inizio rifiutato di opporsi violentemente ai manifestanti.

Infine, il livello socio-culturale della popolazione resta globalmente molto basso in Egitto. Mentre in Tunisia, il livello universitario è molto elevato, l’analfabetismo è ancora « moneta corrente » in Egitto. Ne deriva che un popolo meno istruito è sicuramente più facilmente manovrabile.

Ultimo dato, l’industria turistica, che produce un quinto della ricchezza del paese e fa vivere i tre quinti delle città faro dell’antichità egiziana, come Luxor ad esempio. Una crisi politica che durasse troppo a lungo comporterebbe una catastrofe economica maggiore in Egitto.

In reazione a queste manifestazioni, il Presidente Mubarak a reagito in maniera totalmente inadeguata : nominando il Generale Ahmed Chafic Primo Ministro e soprattutto nominando il Generale Omar Souleimane Vice Presidente.

Queste misure che accrescono la militarizzazione del regime non sono evidentemente sufficienti e mostrano una reale mancanza di lucidità da parte del potere.

Come in Tunisia, il centinaio di morti costituiscono un punto di non ritorno e il popolo reclama ora la partenza immediata di Mubarak.

Al contrario della Tunisia, l’opposizione laica può farsi forte di un leader che sarebbe « ben voluto » dalla comunità internazionale. Mohamed El-Baradeï, Premio Nobel per la Pace 2005, è candidato da vari mesi alla presidenza, ma la sua candidatura non sarebbe valida in base alle regole costituzionali attuali.

Arrivato in Egitto il 27 Gennaio, ha voluto prendere parte alle manifestazioni ma è stato sottoposto agli arresti domiciliari. Nonostante ciò, ha sfidato il coprifuoco il 30 Gennaio raggiungendo i manifestanti in Piazza Tahrir al Cairo.

El-Baradeï rappresenterebbe senza dubbio la migliore uscita dalla crisi per l’Egitto se Mubarak accettasse rapidamente le elzioni presidenziali autorizzando la sua candidatura.

Al momento le tensioni sono tali che alcuni elementi (compresi i Fratelli Musulmani) reclamano apertamente le dimissioni di Mubarak benché questo scenario non sia il più pacifico.